La mia Patagonia di Francesco Salvaterra


Ebbene è gia da un mese che sono qui in Patagonia. Non si tratta di una novità, tra una cosa e l’altra il richiamo di questi ambienti selvaggi mi riporta qui ogni anno.

Vorrei provare a ricapitolare le vicende accadute nelle ultime settimane per farvi un po’ sognare e perché no, magari programmare un viaggetto in queste terre non così lontane.

Dopotutto il concetto di “remoto” in questo mondo globalizzato non è più legato alle distanze ma piuttosto alle scelte individuali su come si decide di affrontare un determinato ambiente. Si può trovare dell’avventura con la “A” maiuscola anche sui venti metri di fessura difficile da proteggere su un masso sopra casa, o lungo un sentiero appena accennato di qualche vallata alpina, o scendendo in canoa tra i meandri del Ticino, a pochi chilometri in linea d’aria dalle fabbriche e tangenziali della pianura Padana.

Vero è che, in Patagonia, basta mettere un piede fuori dai pochi sentieri battuti per trovare un ambiente veramente puro e le montagne sono di una bellezza e severità che a parole è difficile raccontare, bisogna proprio metterci il naso.

Come sempre divago, tornando a noi in questo viaggio ho previsto di fermarmi qui per due mesi, il primo per “vacanza” scalando in compagnia del mio collega Jacopo Pellizzari, il secondo per lavorare da guida con il mio amico e “socio” nel lavoro in Patagonia, Marcello Cominetti.

26 novembre 2015

Eccoci qui, seduti nel nostro ufficio -un tavolo dell’ Hostel Rancho Grande– mentre il vento fa scricchiolare il tetto di legno. C’è il tempo e la voglia di mettersi a scrivere perché siamo felicemente rientrati dalle montagne e qualche giorno di relax è ben gradito.
Nelle ultime due settimane il tempo si è confermato pessimo, all’ ozio in paese abbiamo preferito un tentativo in vecchio stile (ossia senza badare troppo alle previsioni) ad un progetto di via nuova.
Tre giornate ci hanno permesso di arrivare ai piedi del nostro progetto e di lasciare del materiale, scappando in paese incalzati da una tempesta consistente.
Pochi giorni dopo, il 14 novembre, ripartiamo, questa volta con me e Jacopo c’è anche Nicola Castagna, un bravo e simpatico climber delle nostre parti che la Patagonia, con i suoi fortuiti incontri, ci ha dato la possibilità di conoscere meglio.

Il nostro progetto è una linea vergine molto impressionante al centro di una bellissima parete compatta. Risaliamo la valle completamente bianca di neve accumulata negli ultimi giorni, la parte finale della gita prevede l’attraversamento di un ghiacciaio cosparso da un dedalo di crepacci giganti. Gattonando tra un ponte e l’altro lasciamo piantati nella neve dei rami che ci siamo portati dietro dal bosco per segnare la traccia giusta in previsione di un rientro nel brutto tempo.
L’ultima parte della giornata è particolarmente massacrante: il vento che fa rotore sbattendo sulle pareti ovest ha depositato ad est una montagna di neve quindi per fare le ultime centinaia di metri fin sotto la parete siamo costretti a nuotare letteralmente nella powder. Come ciliegina sulla torta dobbiamo scavare una “truna” ossia un buco nella neve capace di ospitare la nostra tenda montata, questo perché fuori con il tempo che fa probabilmente verrebbe scagliata nell’immensità della Patagonia con noi dentro. Una giornatina di 15 ore di attività che dopo un brodo e una busta di liofilizzato ci concilia il sonno dei giusti.

Nelle due giornate successive attrezziamo con due corde lo zoccolo di misto e sempre nel white-out riusciamo ad aprire due tiri, viste le condizioni, quasi in completo artificiale. Al terzo tiro c’è una situazione di stallo. Dopo un precario chiodo a lama e un passo su cliff, piazzo due pecker consecutivi (ossia delle specie di piccozzine in miniatura che permettono di agganciarsi anche nelle fessurine più inconsistenti), per i miei gusti non sono molto sereno, siamo sull’A3 e non mi piace l’idea di rompermi una caviglia quassù, ma il problema grosso è che non abbiamo più materiale. Sopra non c’è nulla di buono da mettere, provo e riprovo ma non riesco a piazzare né cliff né chiodi a lama.

Spit non vogliamo metterne perchè sono convinto che con qualche pecker e copperhead si potrebbe passare ma non ne abbiamo più. Un po’ abbattuti nel morale decidiamo di scendere. Prima o poi torneremo. Il giorno successivo si presenta con un’alba promettente, la gigantesca parete del Cerro Piegiorgio di fronte a noi riemerge dalle nubi. Decidiamo di provare a salire una vetta vicina al nostro progetto iniziale lungo la cresta sud. Si tratta di una via molto logica, una sequenza di nevai, costole e diedri innevati. Ne viene fuori un’interessante nuovo itinerario, non estremo, trecentocinquanta metri sull’M4/60°. Lo battezziamo “MANTETANG”, un’acronimo che riporta ai prodotti a base di grassi idrogenati (banditi dalla FAO) con cui ci siamo allegramente alimentati in questi giorni. Tra le nubi riusciamo a godere della vista sullo sconfinato Hielo Patagonico sur.
Attrezzata la discesa in doppia abbandoniamo la nostra casetta nella neve e in un giorno e mezzo di cammino nuovamente nella tempesta torniamo in paese a meritarci una doccia calda.

Il 23 e 24 novembre, l’unica finestra di bel tempo che becchiamo da quando siamo qua ci vede impegnati sulla via “Chiaro di  Luna” sulla AGUJA SAINT EXUPERY, satellite del Fitz Roy.
Si tratta di una scalata libera di ottocento metri fino al 6b+ , aperta dai trentini Maurizio Giordani, Rosanna Manfrini e Sergio Valentini, reputata, a detta di molti una delle più belle, se non la più bella via su roccia della Patagonia. Siamo in pochissimi alpinisti a riuscire a salire qualche via in questo periodo, le tante scalate e rinunce quaggiù danno i loro frutti e la pianificazione, importante almeno quanto l’allenamento, si rivela vincente. In effetti ci godiamo un primo giorno superbo e di raro piacere, del campamento Bridwell alla Laguna Torre, camminiamo per circa sei ore fino all’attacco e scaliamo undici lunghezze.
Trovato un comodissimo terrazzino prendiamo il sole per ore prima di passare un bivacco piacevole nonostante abbiamo con noi un sacco a pelo solo (modificato da mia nonna Jerta con “il triangolo”).

La mattina però, lo zampino patagonico porta un amico conosciuto ma in anticipo rispetto alle previsioni meteo: “padre viento”. Completiamo la salita fino in vetta per altre dieci lunghezze sballottolati da un vento pazzesco, con addosso tutto quello che abbiamo da vestire. La discesa, come ci aspettavamo si rivela un calvario: ci dobbiamo calare a vicenda comunicando fischiando perché fare le doppie normalmente è impossibile; le corde appena libere sibilano da tutte le parti come dei cobra impazziti. Prendendola il più possibile con filosofia scendiamo un po’ alla volta e verso le sette di sera siamo alla base dove recuperiamo i nostri ramponi. Per tornare al campo, al sicuro dei “lengas”, i faggi australi in grado di frangere le tempeste peggiori ci mancano ancora parecchie ore ma si tratta solo di camminare, ubriachi di vento.

Purtroppo Jacopo deve tornare in Italia, nella pausa di qualche giorno prima dell’arrivo di Marcello conosco Giacomo Dejana, un buon scalatore sardo che mi propone delle nuove montagne.

BREVE SALITA AL CERRO CATEDRAL

Padre Menèndez viaggiando lungo le rive del lago Nahuel Huapi, nel febbraio 1781 vide un crinale montuoso che descrisse così: ”Un cerro con mogotes y agujas que parecen torres de una catedral”.
Si tratta più o meno della stessa vista che abbiamo avuto io e Giacomo mentre terminavamo il nostro viaggio di ventitre ore in corriera, da El Chaltèn a Bariloche, sono le guglie di Frey!
La zona di scalata attorno al rifugio Frey comprende due fondovalle e due circoli separati da una valle che si affaccia su meravigliosi laghetti. Le creste sono coronate da un’infinità di guglie e pareti di granito arancio di altissima qualità, alte dai venti ai duecentocinquanta metri.
Si tratta di un luogo ameno dove il piacere dell’arrampicata trova la perfetta mediazione con l’ingaggio psicologico e la bellezza dell’intorno.
Frey es una escuela, però es una escuela severa”, così esordisce Rolo Garibotti nella sua nuova e bellissima guida alpinistica redatta con la sua compagna e forte scalatrice Doerte Pietron. In effetti dopo la nostra breve esperienza non possiamo che essere d’accordo: anche se non vi sono le grandi pareti e l’isolamento del Fitz e del Cerro Torre a Frey non si scherza.
I gradi sono molto severi, bisogna proteggersi (o saper gestire il non potersi proteggere) e scalare bene. Inoltre gli avvicinamenti raramente superano l’ora di cammino dall’accampamento nei pressi del rifugio e il meteo è decisamente più stabile rispetto ad El Chaltèn. Questo è uno dei motivi che ci hanno portato a scappare dal vento per goderci due indimenticabili giornate di frenetica scalata in quella che può essere considerata la culla dell’andinismo Argentino.
Riusciamo a scalare quattro vie su altrettante guglie, dalle classiche del passato come la “Sudafricana” sulla Aguja Vieja, con le sue memorabili fessure, alla più moderna via di Piola “Objectivo luna”. Quest’ultima con sette lunghezze una più bella e incredibile dell’altra porta in vetta al “Cochete Lunar”, la “navicella lunare”, ovvero un monolite impressionante da cui ci si cala in doppia nel vuoto.
E’ stata anche l’occasione per conoscere un buon amico e ottimo climber, Giacomo dev’essere uno dei primi scalatori sardi in Patagonia!

Tornato ad El Chaltèn mi trovo con Marcello e Max, appena arrivati. Il meteo come sempre non è per niente promettente, venerdì 4 dicembre però sembra che ci sia una mezza giornata senza troppo vento o precipitazioni. Massimo è venuto con noi sul Cerro Torre l’anno scorso e sappiamo che è uno veramente tosto. Decidiamo di dirigerci all’AGUJA DELL’ S, una vetta satellite del Fitz Roy, posta a picco sulla Laguna Sucia e su un ghiacciaio gigante. 

Giovedì con calma ci portiamo all’estancia El Pilar, ci lavora Tommaso, mio coetaneo e figlio di Marcello e ci godiamo un pranzo in relax. Poche ore di cammino ci portano al campamento Poincenot, un classico del trekking dove decidiamo di accamparci.

Venerdì partiamo presto perché per arrivare all’attacco dobbiamo salire circa milletrecento metri di dislivello lungo un percorso tutt’altro che agevole, praticamente privo di sentiero ma molto panoramico e severo. La giornata per fortuna è stupenda, perlomeno sopperisce alla pessima forma di me e Marcello, entrambi raffreddati. Marcello ha anche un po’ di febbre ma se la cava come sempre, la “ Austriaca” la via scelta si rivela una bella soddisfazione.

Si tratta di una salita di 350 metri, dopo un nevaio a cinquanta gradi si accede a un bel diedro che si segue per quattro lunghezze fino ad arrivare ad una spalla che accoglie con una vista strepitosa del Cerro Torre and sisters. Altri quattro tiri portano in vetta, le difficoltà sono costanti dal V° al 6a e la roccia è sempre stupenda, in particolare verso la vetta sembra di scalare sul granito tafonato di Capo Testa, in Sardegna. Nel complesso si tratta di una bella salita ideale per approcciarsi a scalate su picchi maggiori ma tutt’ altro che banale. La discesa a pedi è stata lunga, Max ci ha fatto la cortesia di aspettare queste due povere guide caracollanti e quasi ko. Può succedere.

Ora siamo all’Hostel Rancho Grande, rilassandoci e curandoci in attesa della prossima “ventana”.

Francesco Salvaterra

6 dicembre 2015

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