L’avventura del Monte Santu: un racconto divertente di Salvaterra


Fermo a casa per via di un temporale in corso mi è venuta voglia di rimembrare una piccola avventura primaverile. Non si tratta di un retoricheggiante racconto di lotta con l’alpe, ma piuttosto di una storiella divertente in riva al mare.

E’ aprile, Sardegna, Ogliastra. Sono di ottimo umore, ho appena salutato i miei clienti accompagnati lungo il trekking Selvaggio Blu e tra due giorni mi raggiungerà in aereo l’ amico Marcello Cominetti per ultimare assieme una difficile via sportiva.

Ho due giorni liberi ma nessun compagno per scalare. Ho comunque voglia di fare qualcosa. Decido di fare un tentativo ad una via degli anni 80′ dall’aria misteriosa, aperta da Marcello e Sandro Pansini sulla parete est del Monte Santu. Una falesia di circa 350 metri a picco sul mare. La via deve essere difficile, ovvero con pochi chiodi e un tiro di ottavo, difatti non mi sento per nulla certo, perlopiù ho voglia di vedere il posto.

La falesia è accessibile solo dal mare. Chiedo un passaggio ad un amico sardo che con il suo gommone mi lascia sugli scogli alla base, siamo d’accordo che ci sentiremo per telefono o passerà in serata del giorno successivo. Sono le sei di sera, l’idea è di dormire in un boschetto sospeso per sfruttare le più fresche ore del mattino durante la scalata.

Una colonia di gabbiani sembra non gradire la mia presenza, è il periodo della cova delle uova e per allontanarmi mettono in atto dei falsi attacchi dove picchiano fino a pochi metri dalla mia testa come degli “Stukas” per poi cabrare e allontanarsi. Mi metto in casco.

Per raggiungere il boschetto sospeso dove voglio pernottare devo salire per una sorta di “frana solida”, così cita la relazione di Cominetti. Lascio il saccone con la corda filata che mi lego all’imbrago. Questa “frana” non è poi così solida: 60 metri di ghiaia e rocce cementate ma non troppo con una pendenza di 70-80° portano a una piccola giungla di ginepri e olivi. Sceso a prendere il saccone risalgo e allestisco l’amaca. Lenticchie e birra calda, libro e tramonto in riva al mare, fortunatamente ci sono pochissime zanzare.

Mi sveglio all’alba. Fa caldo. Già da ieri sera ho deciso che proverò a salire da un diedro che mi sembra la linea “debole” della parete, la via di Marcello non capisco neanche dove possa salire (da uno studio più attento fatto dal gommone individuerò successivamente che sale molto più a sinistra).

Salgo un tiro e mezzo facili dove uso la corda solo per scendere e recuperare il materiale, poi la parete si impenna. Non sono molto pratico di scalata in autosicura, l’idea che mi sono fatto è che si tratta di una gran faticaccia. Oltrepassata una grotta salgo uno spigolo molto bello; la roccia è bianca, a gocce estremamente aggressive e grippanti, difficile da proteggere.

Il sole non dà tregua, boccheggio come un pesce. Uno strapiombo rosso sembra la chiave per raggiungere i diedri soprastanti, dove vedo molte piante di fico e ginepro a cui assicurarmi.

Strozzo una micropiantina di ginepro con un cordino e faccio due passi sulla roccia rossa.

Friabilissima.

Molti appigli e appoggi sono delle vene di quarzo scivolosi e per nulla rassicuranti. Questa sezione sarebbe il sogno di un geologo (ci sono anche dei fossili) ma in questo momento non mi affascinano per nulla. Mi alzo ancora di un passaggio e prendo un chiodo a “U”, lo metto in un buco che sembra il suo, batto ma il buco lo risucchia: la roccia si sfalda. Mi sento un babbeo perché in fin dei conti questo passaggio non sarà più di un 6a mi dico, così metto via il chiodo, alzo i piedi su un quarzo e… crak! L’appoggio scoppia e cado come un salame. Niente scene da film di arrampicata: sarò caduto forse un metro con tanto di spasmi in cerca di prese inesistenti, la piantina ha retto. Comunque per me è più che sufficiente. Mi calo alla sosta e da qui con quattro o cinque corde doppie raggiungo la spiaggia.

Ancora non lo so ma la vera avventura comincia adesso.

Sono le dieci di mattina, il cellulare non prende. Aspetto un paio d’ore. Risalgo la frana solida con un’altra dose di capelli bianchi, anche lassù non c’è linea. Mi calo di nuovo sugli scogli. I pochi gommoni passano al largo e non vedono i miei segnali così come non sentono i fischi, con un Evinrude da ottanta cavalli sotto il sedere è abbastanza logico.

C’è un caldo atroce e non un filo di ombra, mi nascondo dietro al saccone da parete e leggo, per fortuna ho con me un libro di Tiziano Terzani, bello. Mi sono messo il cuore in pace, nel pomeriggio arriverà il mio amico a prendermi. Non ho ripensamenti sulla salita, se mi sento di scendere scendo, però se avessi tenuto duro avrei finito la via e sarei potuto tornare alla civiltà dall’entroterra.

Alle diciotto sono ufficialmente preoccupato, ancora non si vede nessuno all’orizzonte. Sono definitivamente cotto dalle otto ore di sole implacabile. Giunge il tramonto, non posso far altro che accucciarmi tra gli scogli infilato nel sacco a pelo. La situazione è tragicomica: secondo bivacco a due chilometri dalle spiagge e i bar pieni di belle ragazze con aperitivi annessi.

Il giorno dopo mi sveglio presto, ho l’impressione che uno scoglio mi abbia bucato la schiena. Se le maledizioni avessero davvero effetto il mio traghettatore sarebbe già al cospetto di Caronte.

Decido di lasciare tutto e provare la traversata a nuoto: è molto lunga e le pareti a picco lungo la costa non permettono di fermarsi a riposare ma non vedo molte alternative, ho anche quasi finito l’acqua.

Proprio in quel momento la provvidenza mi lancia una cima, sotto forma di due tedeschi in gommone. Si fermano proprio di fronte al mio scoglio e spengono i motori, i miei fischi rovinano le loro effusioni amorose.

Venti minuti dopo sono al bar del porto a fare colazione con caffè e brioches, la mia esperienza da naufrago alla “Cast away” si è conclusa bene.

Il mio amico sardo si è semplicemente dimenticato, non gliene voglio, i sardi sono un po’ come gli argentini, rilassati. E’ un’ottima dote in fin dei conti.

Sempre al Monte Santu

Pochi giorni dopo con Marcello ultimiamo una via nuova sulla parete dei Falchi del Monte Santu.

Di carattere sportivo ma non troppo la via è stata iniziata molti anni fa. Cominetti con vari compagni in primis Lorenzo Nadali hanno attrezzato quattro difficili lunghezze. A maggio abbiamo completato l’opera, in tre giornate con un bivacco in portaledge abbiamo finito la via e sostituito i vecchi fix corrosi con fix inox Climbing Technology. La via non è stata ancora liberata, non abbiamo avuto il tempo. Il tentativo più serio è stato fatto dalla forte Claudia Giglio. Poche settimane dopo l’apertura Claudia accompagnata da Marcello ha salito i primi tiri riuscendo a liberare tutti i passaggi (il grado si aggira sul 7c) ma quando è tornata per la rotpunk ha sbagliato “l’accesso” dal gommone finendo in mare con lo zaino e tutto… fatto che conferma l’aspetto wild di questa via.

Francesco Salvaterra

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